Tenet, recensione, la spy story di Christopher Nolan attraversata dallo spirito del tempo

Il mondo è sull’orlo del suo inesorabile declino; la vita, così per come la conosciamo, è in procinto di scomparire, ed il futuro, più che non esistere, è radicalmente incerto. Sono queste le premesse da cui muove la vicenda di Tenet. Un magnate russo (Kenneth Branagh) che traffica armi, plutonio incluso, sta per scatenare qualcosa di definitivo: non si sa bene cosa e in che termini, ma il protagonista senza nome (John David Washington) viene incaricato di scoprire e sventare l’infausto piano.

Lungo il corso della visione è successo di essere attraversati da un’impressione, a dire il vero non nuova con Nolan, e che dopo i titoli di coda, mentre ancora si tenta di raccapezzarsi in mezzo a quest’ennesimo groviglio, non fa che intensificarsi. È l’idea che Christopher Nolan, con la scusa dell’intrattenimento, del farci entrare in mondi che non sono il nostro, mostrandoci situazioni e finanche posti che molto probabilmente mai vedremo, riesce, per quanto in maniera sbiadita, non netta diciamo, ad incapsulare nei suoi lavori, negli ingranaggi delle sue storie, qualche frammento circa lo spirito del tempo.

Sì, a un certo punto vi sono persino dei rimandi, immagino tutt’altro che involontari, ad Interstellar, all’urgenza di porre un argine al fenomeno di un pianeta che sembra stia deperendo, sempre più prossimo a rigettarci come specie. Non è un tema centrale, certo, ma è una traccia presente, esposta tutt’altro che en passant. Mi si dirà che parte della formula è sottoporre una minaccia, senza delinearne i contorni, aspetto su cui tutto il cinema di Nolan gioca molto, ossia appunto questa indecidibilità della forma quanto a ciò che narrativamente funge da motore, siano essi la dimensione entro cui opera Cobb in Inception, gli autori del tesseratto in Interstellar, il nemico in Dunkirk (i nazisti o il tempo?) etc. Il che è vero, Nolan a sua volta un cineasta che ha digerito certi stilemi hollywoodiani, ritoccandoli e adattandoli ad un cinema che solo lui a questo punto può fare.

Lo spirito del tempo è tuttavia non tanto dietro le domande, quasi tutte di carattere scientifico, tanto che pure a ‘sto giro opera basandosi su ipotesi afferenti alla Fisica, anzi, appioppando un dottorato ad uno dei suoi personaggi (Robert Pattinson). No, certa tensione la si avverte proprio là dove si ritiene che la prosa di questo regista sia manchevole, ovvero sul fronte della tensione emotiva, oseremmo dire addirittura spirituale. Discorso complesso, tanto più che la filosofia di Nolan non è mai troppo chiara, sebbene via via emerga un ethos, una norma, che, piaccia o meno, va riproponendosi da qualche film a questa parte. Nolan ha una fede, o per lo meno una fiducia profonda in ciò che non una generica umanità, ma le persone, uomini e donne, possono fare per affrontare e superare anche i rischi più estremi.

Un approccio umanistico su cui forse non si è discusso abbastanza, e di cui Tenet è intriso fino al midollo. Di nuovo, emerge la volontà di legare generale e particolare, macro e micro, per vie che con ogni probabilità nessun altro può permettersi. Sebbene al netto dell’afflato epico di questa storia, del suo operare su grande scala, appaia più ridotto rispetto alla portata di un Inception o di un Interstellar, e mi riferisco per lo più a tenore ed atmosfera anziché all’incipit di per sé, Tenet muove sempre da una visione ben precisa, che si smarca da logiche tipiche di prodotti mainstream su questa falsariga. In altre parole, i suoi personaggi sono sì professionisti, ma, per quanto superficiale sia la loro descrizione su altri fronti, sono anche altro.

Verrebbe da dire umani, il che non sarebbe errato ma nemmeno del tutto giusto. In Dunkirk Nolan ha voluto non calcare la mano su certo eroismo, già in premessa proprio, raccontando la vicenda di una ritirata pressoché impensabile, resa possibile non tanto da atti eroici così come ce li s’immagina in una guerra, bensì da quel senso di comunità o destino comune che spinge alcune brave persone a fare la cosa giusta, ancorché la più pericolosa, dunque mettendo a repentaglio sé stessi. Il protagonista di Tenet non si sa per chi o cosa “combatta”, se non alla fine; ma anche quando il puzzle viene in qualche modo risolto, non si può fare a meno di tornare al primo, pirotecnico quarto d’ora, che culmina con un sacrificio. Perché? In nome di chi o cosa ci si sacrifica?

Nolan ha un concetto molto alto dell’uomo, forse è l’ultimo, vero umanista ad Hollywood. In un’epoca come la nostra lo si potrebbe persino tacciare di un eccesso di ottimismo, se non fosse che, nonostante l’impronta didascalica di quasi tutto ciò che contemplano le sue storie, che, lo ricordiamo, sono scatole, formule applicate con scrupolo quasi matematico, dove il “quasi” è d’obbligo nella misura in cui, se può, si mostra sempre disposto a sacrificare certa “scientificità” a vantaggio del ritmo e del ricavo emotivo; ecco, malgrado tutto ciò, i suoi non sono racconti sui bei sentimenti che scacciano i cattivi. I discorsi che vengono intavolati partono sempre dalla consapevolezza di una dualità che riguarda tutti e ciascuno, per cui convenzioni come “buono” e “cattivo” vengono maneggiate come tali, ossia relegate appunto a convenzioni, utili finché servono.

Al personaggio di Washington la bella Kat (Elizabeth Debicki) chiede conto sulle persone che ha dovuto uccidere nella sua carriera, e per quanto la risposta, in soldoni, sia che il lavoro è lavoro, non si può fare a meno di coltivare qualche riserva morale, forse automatica, per cui persino moralistica, circa il fatto che, con la scusa del dovere, di atrocità ne sono state commesse nel corso della Storia, e ancora oggi ne vengono commesse. Sfumature che in Tenet, paradossalmente, emergono da elementi, al contrario, piuttosto netti, quasi naif, come la scelta dei colori, il blu e il rosso; a cui, è vero, non viene assegnata una collocazione precisa, ma funzionano o possono funzionare anche in quest’ottica dualistica. Su tutti, due scene: la prima, due stanze separate da una vetrata, in una l’illuminazione dominante è rossa, nell’altra blu. Chi vi opera all’interno, senza spoilerare alcunché, passa dall’una all’altra, a seconda dell’inversione temporale, nonostante la prospettiva resti sempre quella del protagonista senza nome. La seconda vede addirittura due squadre, una rossa e una blu chiaramente, dividersi i compiti di una missione.

Eccoci allora al punto in cui si cerca di chiarire, evitando di fornire elementi troppo manifesti, in cosa consista stavolta il giochino. Lo dice esplicitamente il personaggio di Washington: non si tratta di viaggi nel tempo, bensì d’inversione. Ancora una volta, Nolan gioca col cinema (che consiste per definizione, con Tarkovskij, nello scolpire il tempo), in questo caso specifico verrebbe da dire col montaggio, quel portare indietro e in avanti certi archi temporali. La differenza, rispetto ai salti nel tempo, è che la linea entro cui ci si può muovere è un segmento e che, per approdare in un dato punto, il percorso lo si deve concretamente fare, a ritroso o meno, poco importa. In altre parole, non ci si materializza da nessuna parte: ci si arriva, solo che, anziché muoversi semplicemente nello spazio, ci si muove anche attraverso il tempo.

Non tutto è chiaro, almeno a chi scrive, e ammetto che nel corso della prima oretta, dopo un’introduzione notevole, ho avvertito una certa pesantezza, come se lungo questa prima metà ci si stesse girando troppo attorno. Si capisce che in questa fase Nolan sta disseminando indizi in funzione quantomeno del finale, ma al di là dello spettacolo visivo, di certi colpi d’occhio, finanche di un’azione che non lascia certo indifferenti, lo spaesamento è tale che si rischia di scendere con qualche fermata d’anticipo. Ma proprio perché è di un rompicapo che si parla, anche stavolta fioccheranno spiegazioni e illustrazioni su funzionamento e relativa risoluzione, dopo magari aver sviscerato il film a fronte di due o più visioni.

Permettetemi perciò, prima di congedarmi, di tornare su quanto Nolan, ancorché timidamente, riesce ad intercettare, specie in un periodo così delicato come quello che stiamo vivendo. Anzi, proprio alla luce degli eventi che ci riguardano tutti, e che Nolan, quando scriveva e girava il film, non poteva senz’altro prevedere, brilla ancora di più la sua stella, quella di un cineasta che ha accesso a mezzi e risorse preclusi alla quasi totalità dei suoi colleghi, ma che, al contempo, non intende adagiarsi su tale privilegio. Ci saranno sempre i detrattori, non fosse altro che Nolan qui si mostra cocciuto, insistendo su certe idee, costruendo su ciò che ha già fatto, pur cercando d’integrare qualcosa di diverso, fossero anche piccoli accorgimenti.

Da che mondo è mondo, accadono cose che è difficile, a volte impossibile spiegare. L’incertezza, quella vera, profonda, lungi dal costituire una parentesi tra un periodo di abbondanza e l’altro, è condizione naturale della nostra esistenza, così come dell’ambiente entro il quale siamo tenuti a muoverci. Talvolta è l’uomo, altre è la natura, altre ancora chi lo sa. Tenet, così come altri film di Nolan, rappresenta l’invito ad un atteggiamento speranzoso, un realismo operoso, che, dietro lo sfarzo e la mole della confezione, cela questa esortazione così corroborante, scardinando almeno in parte l’idea di spettacolo come mero divertimento, peggio ancora se beota.

In luogo di un ripiegamento autoriale divenuto col tempo rifugio di tanti ottimi registi che, diversamente, non ci avrebbero potuto e non ci potrebbero mettere a parte di aspetti importanti dell’esistenza, Nolan ha la possibilità di sfruttare una macchina così pesante, gigantesca e vorace per ricordare che si è sempre chiamati ad essere migliori di ciò che si è. Qualcuno dirà che è troppo, che al regista in questione stiamo riconoscendo meriti che non esistono, intenzioni che non lo sfiorano nemmeno. Non lo credo. Al contrario, è da rispedire al mittente l’idea che una facciata così impeccabile e che tende a tale magnificenza debba per ciò stesso celare il vuoto oltre le mura; accade, ed anche molto spesso. Non con Nolan, non con i suoi dispositivi, che si tratti di guerra, fantascienza o spionaggio, tutti generi che in larga parte vengono rispettati e rimessi a nuovo, per dirci cose che già sappiamo ma che in nessun posto possono essere dette come su uno schermo che proietta o su cui vengono proiettate immagini in movimento.

Tenet (USA, 2020) di Christopher Nolan. Con John David Washington, Robert Pattinson, Elizabeth Debicki, Dimple Kapadia, Aaron Taylor-Johnson, Clémence Poésy, Michael Caine, Kenneth Branagh, Fiona Dourif, Andrew Howard, Wes Chatham, Himesh Patel, Martin Donovan, Anthony Molinari, Jack Cutmore-Scott, Yuri Kolokolnikov, Sean Avery, Mark Krenik, Laurie Shepherd e Denzil Smith. Nelle nostre sale da mercoledì 26 agosto 2020.

Tenet, recensione, la spy story di Christopher Nolan attraversata dallo spirito del tempo pubblicato su Cineblog.it 27 agosto 2020 13:43.