Cannes 2021, Casablanca Beats, recensione del film di Nabil Ayouch

Siamo a Seidi Moumen, un quartiere di Casablanca. Anas (Anas Basbousi) si reca lì per insegnare presso la Positive School, una sorta d’Accademia d’Arte, incentrata su canto e ballo. Clima vivace, i ragazzi della classe di Anas sembrano starci con la testa, ciascuno espressione del contesto, un ambiente dove il tema dominante è la religione, con tutte le conseguenze del caso. C’è chi indossa il velo e chi no, chi è un musulmano osservante e chi se ne frega, ma nessuno può dirsi tuttavia davvero emancipato da questa fattispecie. Anas lo sa e proprio per questo evita di toccare l’argomento, lasciando che siano i ragazzi a discuterne. Quando Casablanca Beats ingrana, comprendiamo fino a che punto certe logiche siano centrali.

Nabil Ayouch non ci gira troppo attorno, il suo un chiarimento a priori che non contempla cedimenti, ossia quello di girare una storia di finzione con un taglio adeguato, simil-documentaristico perciò, spingendo sul fatto che quanto ci viene mostrato corrisponde alla realtà. Gli sforzi dei primi ragazzi che si cimentano in un brano rap si rivelano insufficienti: per Anas è inutile parlare di cose che si conoscono poco, alla cui base non vi è una sofferenza personale, non importata di quale entità.

Quella che viene ricreata nella sua classe è una società in miniatura, agorà in cui ciascuno è libero di dire la propria, visto e considerato peraltro che un simile lusso altrove non ce lo si possa concedere. Come già detto, il maestro li lascia parlare, talvolta mediante toni persino un po’ accesi, limitandosi a intervenire quando necessario, perché sa che da questo confronto i suoi allievi ne usciranno più consapevoli come persone prima ancora che come artisti. Obiettivo deliberato, perché ad Anas non interessa formare rapper ma uomini e donne coscenziosi, per cui premessa totalmente diversa da altri musical a tema, tipo Saranno famosi (1980), dato che qui la fama non c’entra praticamente nulla o quasi, passando da altro quello che comunque è la ricerca di un riscatto.

Casablanca Beats si sofferma parecchio sulle attività della classe, sebbene, da buon film corale, segue pure alcuni di questi ragazzi, che rappresentano storie, contemplano mondi. Ayouch li segue fuori da quell’ambiente ovattato, più rassicurante, che è la scuola, giusto qualcuno. Situazioni complesse, che servono a darci contezza di un’intera collettività. Senza indulgere troppo, il che da un lato è un bene, ma a simili condizioni è altresì evidente che questa toccata e fuga non remi a favore dei singoli, i quali appunto sono loro funzionali all’argomento e non viceversa.

Di quest’ultimi, pare dirci Ayouch, c’interessa quanto basta a recepire del tessuto sociale, a quale compito assolva una scuola del genere in quell’area di Casablanca. A un certo punto, non a caso, il discorso vira sulla religione: nei testi delle canzoni che scrivono i ragazzi, nei loro dibattiti, non si può fare a meno di toccare il tema. Si sta sempre in superficie, certo, d’altronde sono i ragionamenti di alcuni adolescenti che per la prima volta si confrontano sul serio con certo tipo di riflessioni. Questa è la parte diciamo più giusta di Casablanca, la sua anima più corretta, in cui le ragazze sono molto attive.

C’è esitazione nello scagliarsi contro la cultura entro la quale si è cresciuti, che si sia osservanti o meno; quel che è certo è che ad avere le idee chiare sono proprio loro, le donne, che nel corso del film debbono solo imparare ad aprirsi e rivendicare il loro spazio. Al contrario i ragazzi o sono più leggeri, compagnoni, oppure si trovano qualche casella indietro, quando ancora non hanno messo in discussione alcunché. In tutti i casi, il rap serve a catalizzare le forze per accendere queste giovani lampadine. E lo è già nell’ottica di dover mettere nero su bianco ansie ed inquietudini, pratica con cui non si ha ancora dimestichezza.

C’è una scena in cui uno di loro, in piena notte, prende per mano la sorella trascinandola fuori di casa e, percorrendo le vie strette del suo quartiere, la conduce in un posto dove comincia ad intonare delle strofe; in un’altra, una ragazzina balla in balcone tra i vestiti appesi ad asciugare, totalmente in balia del ritmo. Una ricerca di spazi, quasi sempre appartati, lontani dallo sguardo di una collettività che si percepisce come ostile, ed in larga parte lo è senz’altro, che getta luce sulla difficoltà di esprimersi, l’individualità totalmente soffocata da una cultura che ha altre priorità.

Anas diventa perciò non semplicemente un insegnante di musica, di rime e o che so io, ma il portatore di una testimonianza, colui che insomma insegni a questi ragazzi cosa debbono fare per non restare indietro. D’altro canto, pur non prendendo mai di petto la questione, non è difficile capire da che parte stia il maestro, quali ideali lo ispirino, confermato da passaggi come quello in cui lui si fuma una sigaretta, indifferente, mentre per strada una folla di gente recita il ṣalāt, la preghiera obbligatoria degli islamici.

Nondimeno, ci vengono risparmiate le illusioni. Ribaltare la situazione non solo non è facile, ma potrebbe richiedere così tanto tempo da non poter godere dei benefici. Non per nulla quello di Anas è un passaggio di testimone: in quei ragazzi vede il lui che era e di cui i suoi allievi ora hanno bisogno per immaginare un dopo. A dispetto di quanto sin qui rimarcato, tuttavia, non si pensi a un racconto ripiegato su sé stesso; niente di più falso. Casablanca Beats è invece arioso, divertente, vitale come si dovrebbe sempre essere in quella fase della vita che precede l’età adulta. E quando si balla, lo si fa per davvero.

Casablanca Beats (Haut et Fort, Marocco/Francia, 2021) di Nabil Ayouch. Con Anas Basbousi, Ismail Adouab, Meriem Nekkach, Nouhaila Arif, Zineb Boujemaa, Abdelilah Basbousi, Mehdi Razzouk, Amina Kannan, Soufiane Belali, Samah Barigou, Marwa Kniniche e Maha Menan. In Concorso.