Cannes 2021, Tout s’est bien passé, recensione del film di François Ozon

Materiale spinoso quello di Tout s’est bien passé, ultimo film del prolifico François Ozon. Roba che in molti non saprebbero come trattare, ripiegando su conclusioni facili, dettate dalle proprie posizioni. Quando ad Emmanuèle (Sophie Marceau) viene comunicato che suo padre è ricoverato in ospedale, lei non ha ancora la più pallida idea di quale sia la spirale entro cui è appena stata risucchiata.

Lei e Pascale (Géraldine Pailhas), la sorella, si precipitano a sincerarsi delle condizioni del genitore, André (André Dussollier), sebbene di tutta prima non abbiano giustamente contezza: Pascale deve andare a lavoro, e siccome non è che si possa fare granché, Emmanuèle la invita a non preoccuparsi ed andare.

Le varie tappe, scandite da degli inserti che indicano i giorni, credo che in qualche modo si ricolleghino a quella conversazione lì, quando ancora la vita e il tempo delle due sorelle sono nella loro disponibilità. Di lì a poco non sarà più così. Ozon non rivendica mai nulla, ed è questo uno dei meriti più significativi del suo cinema. Ciò che conta lo lascia sempre sullo sfondo, con una discrezione encomiabile, nel rispetto sia di chi guarda così come della portata degli argomenti che tratta.

Non si può fare a meno di evidenziare come il vero termometro di Tout s’est bien passé sia il personaggio di Dussollier; anche in questo caso, Ozon da un lato non intende impietosire nessuno, ma al contempo non sceglie la via facile del profilo a una dimensione. André per tanti motivi è deprecabile, infantile, verrebbe persino da dire irrispettoso, se il suo comportarsi come un bimbo non implicasse pure questo ma con una diversa sfumatura. C’è una scena in cui Emmanuèle ricorda un viaggio fatto col papà quando era piccola: eccola venire sbeffeggiata dal padre perché non gli ha saputo indicare la strada giusta con la mappa. Questo per dire che vecchiaia e malattia c’entrano, ma fino a un certo punto. Eppure si sorride, e di gusto, dinanzi a tante delle sue uscite, spesso terribili, ma intrise di una tenerezza che le rende ancora più preziose.

Come già detto, il discorso che sviluppa Ozon non è quasi mai frontale, elegante abbastanza il suo tocco per evitare d’incalzarci con un’esposizione troppo netta. Un tocco da maestro, tra gli altri, credo lo si possa cogliere nella moglie di André, ossia la donna interpretata da Charlotte Rampling: un fine escamotage per introdurre e poi trattare l’omosessualità di André, prima che faccia capolino l’ex-amante (altro personaggio notevole), colui che, verosimilmente, è stata la causa della loro separazione.

Un approccio raffinato che tende sempre ad alleggerire uno sviluppo vieppiù gravoso. Una pesantezza che non riguarda tanto la condizione di André, quanto le torture emotive alle quali vengono sottoposte le figlie, in special modo Emmanuéle. Eppure anche da quest’ultima fattispecie promana una grazia che tende a stemperare un simile scenario, una soluzione che non è diretta conseguenza di un eccesso d’amore, di mera responsabilità, compassione e quant’altro, bensì tutto ciò e pure qualcosa di più. Senza fare proclami, lasciando che a guidare la visione sia non tanto la vicenda in sé, quanto il modo in cui la vive chi ne è coinvolto, ricevibile perciò in maniera trasversale, ammesso che si voglia ascoltare.

A Ozon va dunque riconosciuta la rara capacità di rimanere sempre fedele al proprio cinema, agli argomenti che più lo animano, operando delle leggere variazioni che al contempo non ne smentiscono mai le peculiarità. Tout s’est bien passé non è probabilmente uno dei suoi migliori, se non fosse però che questo regista non riuscirebbe ad essere banale nemmeno se si sforzasse. A maggior ragione con un ensemble così.

Tout s’est bien passé (Francia, 2021) di François Ozon. Con Sophie Marceau, Charlotte Rampling, Hanna Schygulla, André Dussollier, Géraldine Pailhas, Grégory Gadebois, Éric Caravaca, Jacques Nolot e Laëtitia Clément. In Concorso.