Il cattivo poeta, recensione, un timido Gabriele D’Annunzio

«Vorrei solo scrivere un libro che faccia dimenticare tutti gli altri». Gabriele D’Annunzio, personaggio unico, sfuggente, l’Arte che irrompe prepotente nella Politica, un unicum nella Storia, non nel senso che non vi siano stati prima o dopo aspiranti artisti a tentare quanto tentò il Vate… solo che nessuno ci è riuscito in modo analogo, la sua, quella di D’Annunzio, una pagina irripetibile, tormentata per forza di cose, visto che cadde a cavallo tra due delle pagine più buie della storia del nostro Paese e del mondo intero. Per questa e qualche altra ragione Il cattivo poeta è un progetto che merita attenzione a priori.

Il film di Gianluca Iodice ha per l’appunto questo merito già in premessa, ossia quello di far luce su un personaggio significativo del panorama culturale nostrano, sebbene credo che in tal senso determinante sia anzitutto la presenza di Matteo Rovere in veste di produttore. Quest’ultimo oramai da tempo si è capito voglia finalmente portare sul grande schermo storie più o meno conosciute, recenti o meno, che riguardano l’Italia; per riuscirci sa che ha bisogno anzitutto di produzioni che stiano al passo, possibilmente “vendibili” altrove, perciò dalla veste credibile. Non è un caso se proprio i film che l’hanno visto coinvolto negli ultimi anni, da Veloce come il vento a L’isola delle rose, passando da Il primo re, hanno fatto registrare un incremento notevole nell’uso della computer grafica, seguendo una strada poco bazzicata dalle nostre parti (mentre nel suo caso si tratta oramai di una costante).

A uno verrebbe da dire «che c’entrano gli effetti speciali in un racconto su D’Annunzio?», senonché gli sfuggirebbe trattarsi della ricostruzione di un’epoca, più o meno elaborata, gli anni ’30 del ‘900, per cui, a ben vedere, di motivi per ricorrere alla CGI ce ne sono. E non si tratta di meri pretesti: si pensi all’anfiteatro incompleto del Vittoriale, scena che s’inserisce narrativamente molto bene, dato che la lunga interruzione dei lavori rimanda a un periodo in cui il Paese fu assorbito da altro, la Cultura messa da parte, addirittura privata ad uno dei suoi protagonisti, confinato in quel contesto da sogno ma senza la possibilità di accedere ad una delle cose a cui teneva di più, ossia il Teatro. Si tratti o meno di una licenza, nel senso che magari la fine dei lavori fossero da imputare ad altro, passaggi del genere ci danno la dimensione di un’epoca che sta cambiando, Mussolini molto attento all’Architettura in primis per la prima parte del ventennio, salvo poi quest’impeto venire in qualche modo spazzato via dai venti di di guerra.

Il problema è che Il cattivo poeta è film sin troppo innocuo, pulito, per lo più descrittivo, malgrado alcune (poche) scelte felici come quella riportata poco sopra. Manca una prospettiva, una chiave di lettura, un’angolazione attraverso cui guardare agli avvenimenti che si succedono. Quando prova per vie traverse a spiegarci cosa possa significare vivere sotto l’oppressione della cultura del sospetto, lo fa in modo troppo esplicito, perciò blando, come quando il protagonista, Giovanni Comini (Francesco Patanè), rimane interdetto per via della reazione dei genitori, che si rapportano con lui non più come a un figlio bensì come a un alto funzionario fascista. Lo sguardo fin troppo disincantato di Giovanni, rimasto incastrato tra sogno/incubo e realtà, certo non aiuta; la sua di parabola, che è centrale, si rivela la meno efficace, anche perché il punto di vista rispetto a tutto ciò che accade è il suo. Nulla o quasi purtroppo riesce a restituire il dramma di questa persona nel suo graduale processo d’acquisizione di consapevolezza, lo stesso che porta a ribaltarne il profilo iniziale lungo il corso del racconto. Limite non di poco conto, dato che se fossimo stati messi in condizione di entrare meglio nel processo di cui sopra, il tutto ne avrebbe senza dubbio guadagnato in spessore.

Certo, a raccontarle, situazioni del genere fanno specie. Il punto è che, così esposte, lasciano il tempo che trovano, anzi, rischiano di svilire l’intensità di un episodio senz’altro verosimile, anche nel suo portato, ma su cui sarebbe stato opportuno lavorare meglio. Senza contare, peraltro, che Il cattivo poeta dà parecchio per scontato, e questo francamente non so fino a che punto sia un bene. Non è certo quel tipo di film che t’invoglia ad approfondire successivamente, in parte perché il pubblico a cui si rivolge, alquanto trasversale (almeno nelle intenzioni, suppongo), da una storia del genere cerca anzitutto intrattenimento e non il far luce su qualcosa; in parte, anche se in misura minore rispetto a questa fattispecie, perché non s’avverte quel carisma, sia nei protagonisti ma anche nel prodotto stesso nel suo insieme, tale per cui si ha poi desiderio di capire meglio ciò di cui si sta parlando. Insomma, se la curiosità manca, dubito possa essere la visione a stuzzicarla.

Il che si rivela almeno un pochino limitante, proprio perché, tolto l’incipit, non è che Il cattivo poeta si regga disinvoltamente sulle proprie gambe. Resta uno sforzo notevole, che per intenzioni a mio parere va a prescindere apprezzato; ma poi c’è l’opera, che ahimè si concretizza in un ritratto alquanto timido, il cui merito maggiore consiste probabilmente nell’aver in buona misura evitato di cadere in una sorta di parodia involontaria, rischio ben più presente di quanto si possa pensare. Il D’Annunzio di Castellitto è rispettoso, a tratti vagamente toccante persino, ma manca in generale l’estro per elevare il tutto a quel che poteva/doveva essere. È un po’ il paradosso di chi cerca d’intercettare una fascia di pubblico quanto più ampia possibile, compito che Rovere si è dato da tempo e su cui sta lavorando alla clemente, unico in Italia. L’impressione, nondimeno, è che tocchi fare un passo ulteriore, prendersi qualche rischio in più, andando oltre. A questo punto è necessario.

Il cattivo poeta (Italia, 2021) di Gianluca Iodice. Con Sergio Castellitto, Francesco Patané, Tommaso Ragno, Clotilde Courau, Fausto Russo Alesi, Massimiliano Rossi, Elena Bucci, Lidiya Liberman, Janina Rudenska, Lino Musella, Teresa Acerbis, Paolo Graziosi, Antonio Piovanelli e Marcello Romolo. Nelle nostre sale da giovedì 20 maggio 2021.