Ryugu: prime analisi di un terriccio alieno

Nel dicembre del 2020 la sonda giapponese Hayabusa 2 lasciava cadere sulla Terra, nel deserto australiano, un contenitore con un carico preziosissimo: 5,4 grammi di materiale raccolto sulla superficie di Ryugu, un asteroide a forma di diamante e con un diametro di poco meno di un chilometro che al momento del rendez-vous con l’Hayabusa si trovava a 300 milioni di km dalla Terra. A distanza di 12 mesi dalla “consegna del pacco” arrivano le prime analisi di quei campioni.
Molto scuro. Una prima ricerca, coordinata da Toru Yada, della Japan Aerospace Exploration Agency (JAXA), mette in risalto quanto sia scuro quel materiale, in quanto riflette solo il 2 per cento della luce che lo colpisce. Per avere un’idea, altri asteroidi hanno un’albedo (che è la misura di quanta radiazione solare riflette un corpo) da 0,03 a 0,09; l’asfalto ha un’albedo di 0,04: l’albedo di Ryugu è 0,02. Inoltre possiede un’elevata porosità, 46%: superiore a quella di ogni altro oggetto arrivato dal cielo finora studiato.. La composizione. Lo studio coordinato da Cédric Pilorget, dell’Université Paris-Saclay (Francia), si è concentrato invece, sulla composizione del terreno arrivato, il quale risulta essere composto per lo più da materiale simile all’argilla con al suo interno una varietà di sostanze organiche (non significa vita, ma sostanze con composti base della vita, come carbonio, idrogeno e altro). A ciò si aggiungono anche carbonati di vario genere. Queste prime valutazioni confermano quanto già si osservò in prossimità dell’asteroide, che era già stato classificato di tipo C, ossia ricco di carbonio e tra i più comuni del Sistema Solare, anche se Ryugu risulta più poroso e più scuro della media.
Le due ricerche portano ad una conclusione importante, ossia che il materiale studiato è tra i più primordiali mai analizzati nei laboratori. Poiché l’asteroide è rimasto più o meno invariato dalla formazione del Sistema Solare, 4,5 miliardi di anni fa, il campione è uno dei migliori strumenti finora in possesso agli scienziati per comprendere la composizione della polvere da cui sono nati gli oggetti del Sistema Solare interno, pianeti compresi.. Il pericolo di queste ricerche. Quando la sonda israeliana Beresheet precipitò sulla Luna nel 2019 portava con sé un contenitore con dei tardigradi, organismi che possono ibernarsi per tempi lunghissimi per poi ritornare alla vita, se si dà loro modo di avere un po’ di acqua. La Luna, dunque, potrebbe essere stata invasa da una specie aliena che un giorno potrebbe rinascere colonizzando il satellite. Oggi non sappiamo quanti sono, se ci sono, gli organismi di questo tipo che possono essersi sviluppati su altri mondi e che potrebbero raggiungere la Terra a bordo di navicelle di ritorno da altri pianeti o satelliti.
È per questo che il problema dell’invasione di microorganismi alieni non è assolutamente da sottovalutare. Lo sostiene a gran voce il biologo Anthony Ricciardi (McGrill University), che da tempo si fa portavoce della preoccupazione: «Secondo il mio parere», ha detto «sarebbe necessaria grande collaborazione da parte degli scienziati per affrontare il problema. Le potenzialità che navicelle di ritorno dallo Spazio possano portare batteri o virus in grado di sopravvivere sulla Terra e di diffondersi è un fatto che deve essere preso in considerazione».
In effetti è noto che batteri come il Deinococcus radiodurans sono sopravvissuti per un anno in un ambiente di test al di fuori della Stazione spaziale internazionale e si conoscono batteri in grado di resistere a temperature molto elevate, in acque acide e a condizioni che sono impossibili per la vita dell’uomo. Oggi si sta facendo molto per evitare di portare microrganismi di qualunque genere su altri pianeti. Quando parte una sonda per Marte, ad esempio, si sterilizza nel migliore dei modi ogni singola parte della navicella per evitare che qualche forma di vita arrivi, a nostra insaputa e non invitata, sul Pianeta Rosso. Ma forse, stando a McGrill, non si ancora abbastanza per evitare il contrario, ossia che qualche microrganismo spaziale arrivi a colonizzare la Terra.
Il problema non riguarda solo oggetti artificiali inviati dall’uomo nello spazio, ma anche i meteoriti che possono essere partiti da pianeti con al loro interno materiale organico complesso che arrivano fin sulla superficie terrestre: «ecco perché – ribadisce McGrill – bisogna considerare questa eventualità e non lasciarsi cogliere impreparati»..